Io sono Tiburzi, brigante maremmano

Quadro di brigante fonte immagine: www.maremma.name

Quadro di brigante
fonte immagine: http://www.maremma.name

Io sono Tiburzi, brigante maremmano.
La Maremma non avrà altro brigante al di fuori di me.
Non nominare il nome di Tiburzi invano.
Onora i signori del luogo.
Aiuta i disgraziati.
Non ammazzare.
Non rubare.
Non vedere.
Non parlare.
Non fare la spia, né ai Carabinieri di Capalbio, né al Delegato di Orbetello.
 
Questi, secondo Piero Bargellini (scrittore e politico toscano), i “Dieci Comandamenti del Brigante Tiburzi, ai quali solo lui poteva trasgredire.”

Tra cronaca e leggenda, chi non conosce la figura di Tiburzi, detto Domenichino per la sua bassa statura, uomo affascinante, dalla vita avventurosa e tormentata.

Sapete perché Domenico Tiburzi, nel 1867 si dette alla macchia e al brigantaggio? Tutto cominciò quando, sorpreso a raccogliere spighe di grano già falciate nei terreni del marchese Guglielmi, Tiburzi fu multato di ben 20 lire: uno sproposito, per un fatto al limite del legale. Umiliato da quella che considerò un’ingiustizia, Tiburzi uccise il guardiano e si dette alla macchia. Così iniziò l’avventura della sua vita, con una prima condanna e l’evasione dal carcere, che lo portarono ad una latitanza di una trentina d’anni. Omicidi, estorsioni, parecchi compagni di brigantaggio, alcuni fedeli, altri voltagabbana; una caccia continua, una fuga continua da una condanna a morte già sentenziata.

La macchia, il vero regno di Tiburzi

La macchia, il vero regno di Tiburzi

Tutta una serie di personaggi ben poco raccomandabili ruotavano attorno alla sua persona: l’Innamorato e il Tortorella, che furono compagni d’evasione; Tiburzi si unì alla temibile banda formata dal “curato” (il Biagini) e dal Pastorelli, detto “Cenciarello”, comandata dal Biscarini e, all’uccisione di quest’ultimo, ne prese le redini.  Gli equilibri erano fragili, tant’è che un nuovo componente, “Basiletto” e il Pastorelli furono ammazzati dallo stesso Tiburzi. Anche il Bettinelli, detto “Gigione”, ambizioso e molestatore fu, dapprima arruolato, poi giustiziato. L’ultimo suo compare fu Luciano Fioravanti, quasi un figlio per Tiburzi, che restò con lui anche dopo la morte del Biagini.

Domenico Tiburzi: l'unica fotografia scattata dopo la sua uccisione. Fonte foto: archivio.gonews.it

Domenico Tiburzi: l’unica fotografia scattata dopo la sua uccisione. Fonte foto: archivio.gonews.it

Ma ecco che, nonostante tutto, la gente di Maremma non riusciva a schierarsi completamente contro quel brigante, che venne chiamato così il “Livellatore”: Tiburzi si faceva giustizia da solo, una giustizia del tutto personale e discrezionale, s’intende; spesso difendeva i contadini, dai quali riceveva talvolta protezione; uccise alcuni dei suoi “colleghi”, per punirli di aver compiuto certi atti di slealtà o di violenza. Incarnava, per così dire, la parte più cattiva di ogni uomo giusto ed era, come molti allora, figlio della miseria e dell’iniquità.

Capalbio

Capalbio

Tiburzi finì male, come tutti i briganti prima o poi; fu scovato dai Carabinieri di notte in un podere di Capalbio, insieme al suo fedele, Fioravanti e, dalla sparatoria che seguì l’agguato, stavolta non ne uscì vivo: la fine della sua vita segnò l’inizio della leggenda, grazie all’alone di mistero intorno alla sua morte, forse omicidio per mano della legge, forse orgoglioso suicidio per non cadere in trappola.

Tomba di Tiburzi Fonte foto: www.laroccadeibriganti.it

Tomba di Tiburzi
Fonte foto: http://www.laroccadeibriganti.it

Anche da morto, Tiburzi continuò ad essere leggenda e personaggio controverso: si racconta che il parroco di Capalbio, rifiutandosi di officiare un funerale per il bandito, si trovò ad opporsi all’intera comunità, che pretendeva, invece, la sepoltura in terra consacrata. Da qui il compromesso di seppellire Tiburzi mezzo dentro e mezzo fuori dal cimitero del paese, in una fossa sul confine tra onore e peccato mortale.
Sarà il fascino del dannato, sarà quel giustiziere che si nasconde dentro ogni persona, oppure semplicemente una parentesi importante (ma chiusa) di storia maremmana: dopo più di cento anni, si prova sempre un brivido al nominare Domenichino Tiburzi.

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