La montagna incantata

Passeggiando sull'Amiata

Passeggiando sull’Amiata

‘Al presente basta un pezzo di pane: al passato e al futuro occorrono immagini sconfinate’.  (E. Balducci)

Impresse nella mente le storie raccontate la sera, a letto o davanti al focolare; l’inverno, sull’Amiata, è lungo, fa buio presto,  e ci sono ricordi vividi: troppo vicini per far parte della storia, troppo lontani per far parte del presente. Racconti che vengono da lontano dove si perde il confine fra fantasia e realtà. Sono le leggende che vivono la Maremma, anche l’Amiata ne è una testimonianza.

Per i luoghi  che abbiamo visitato sull’Amiata, scopriamo che, ogni passo che abbiamo percorso è già stato preceduto da altri, che hanno lasciato una storia, legata ad una strada, ad una costruzione, ad una roccia, ad un albero, ad un’incisione.

Ed è la notte che anima la fantasia, dove il sacro ed il profano si uniscono e generano un mondo immaginifico popolato da streghe, fate, serpenti e draghi.  Le leggende rappresentano  il bagaglio culturale comune della collettività perché le conoscono la gran parte degli abitanti, allo stesso modo. Le leggende ‘aggiustano gli eventi, coloriscono taluni episodi, in un cero senso,  sono memorie in maschera’ .

L’Amiata è popolata  di storie leggendarie, ne prenderemo ad esempio soltanto una minima parte.

Alcune leggende sono la causa e l’occasione da cui hanno origine alcuni toponimi, si pensi a Castell’Azzara o a Semproniano.

Semproniano

Semproniano

Di Semproniano si narra che tanti secoli fa, due lastre di pietra che recavano scolpite le immagini di Tiberio Sempronio e di Cornelia, la matrona romana, madre dei gracchi, fossero portate dai familiari e dai liberti dei Semproni, in fuga da Roma, sulla vetta di quella collina dove sarebbe stato fondato il piccolo villaggio. Il primo nucleo abitato fu chiamato Semproniano, in nome di quel Tiberio Sempronio. Il minuscolo drappello di abitanti trovò la ricchezza per sopravvivere e crebbe fin quando quel luogo non fu più sufficiente a contenere tutta la popolazione. Una parte di quelle persone andarono a fondare un nuovo centro. Il capo della spedizione portò con se la pietra su cui era scolpita l’effigie di Cornelia e lasciò agli amici di Semproniano la pietra raffigurante Sempronio , già allora segno di riconoscimento e simbolo di aggregazione della comunità.  I giovani uomini camminarono per ore finchè trovarono un luogo, che poi fu chiamato ‘Rocchetta’ , agli inizi ‘Ripa Cornelia’ in onore della pietra simbolica su cui era scolpita la testa della madre dei Gracchi e che ancora oggi si trova appesa in un vecchio muro dell’antichissimo Spedale di Rocchette di Fazio. Il sasso di Sempronio fece una fine diversa, fu smarrito ed è stato ritrovato poco più di vent’anni fa e si trova dentro il palazzo comunale di Semproniano.

Il serpente regolo, Roccalbegna

Il serpente regolo, Roccalbegna

In alcune leggende compaiono draghi e serpenti, figure indecifrata nel folclore e nella religione di tutto il mondo. Il drago ‘può essere dominatore del fuoco o dell’acqua; si trova spesso a guardia e controllo dei luoghi di confine. Rapisce, a volte inghiotte, donne e bambini o frati e animali. Un eroe alla fine interviene e, non solo affronta in duello ed uccide il mostro, ma ne distrugge anche l’essenza. Prendiamo ad esempio ‘Il serpente regolo’ a Roccalbegna. Si narra che, intorno ad una mulino, vicino all’Albegna, in un giorno d’estate, facesse un caldo un caldo d’inferno. Il mugnaio veniva distratto dal suo lavoro da rumori sospetti. Si mise all’opera ma ad un certo punto fu di nuovo distratto da rumori  come di catene striscianti;  si voltò e vide arrivare verso di lui un serpente, con il tronco rugoso, la testa grossa come quella di mucchino, due abbozzi di corna, le squame d’osso duro come le placche della corazza delle tartarughe. Era il serpente regolo, una specie di drago, che non sputava fuoco dalle narici  ma un fiato pestilente che poteva uccidere. Il mugnaio tentò di colpirlo, più volte, con una mazza ma non lo uccise. Il serpente di sollevò verso di lui ma, forse rintontito dai colpi, si voltò e se e andò fra i sassi del vecchio mulino.

La Madonna del Drago, Seggiano

La Madonna del Drago, Seggiano

La ‘Madonna del drago’ a Seggiano…I barrocciai, nella strada che va da da Castel del Piano a Seggiano, conducevano le loro merci verso il Monte Amiata. All’altezza dei Tepolini (frazione del comune), tutti si fermavano e si facevano il segno della croce:  erano impauriti dalle leggende di draghi e streghe che si narravano su quel luogo. Un luogo dei miracoli, di draghi, di fiamme. Si narra che..una notte, un sacerdote, andava veloce sul dorso del suo mulo, insieme alla donna di cui doveva salvare l’anima. Arrivato nei pressi del villaggio, una lingua di fuoco spuntò dal terreno e apparve un drago enorme con la lingua biforcuta. Il vecchio mulo si imbizzarrì e disarcionò il sacerdote. E quando ormai il prete temeva per la sua vita e quella della donna, una luce brillante preannunciò l’apparizione della madonna. Fu combattuta una battaglia di luce fra cielo e terra, finchè la Vergine ebbe la meglio. Il drago si ritirò nella fessura e si rifugiò nel suo regno infernale.

Tratti da ‘Cento leggende di Maremma’ e ‘Di draghi e fate, santi e demoni, uomini, alberi e cose nella montagna incantata’, a cura di Lucio Niccolai, edizioni Effigi

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